mercoledì 17 aprile 2024

Le Stanze di Raffaello - Musei Vaticani

 Stanza della Segnatura

La prima Stanza realizzata da Raffaello è la Stanza della Segnatura, che custodisce gli affreschi più famosi dell’artista. Questa era una stanza privata del Papa e gli affreschi, eseguiti tra il 1508 e il 1511, sono una celebrazione della Verità, la Ragione e la Bellezza.

      La scuola di Atene     

   

La Scuola di Atene, dedicata alla filosofia, è ambientata in una profonda navata di un edificio scoperto, ispirato ai progetti di Bramante per la nuova Basilica vaticana, ed evoca l'idea di "tempio della sapienza". Vi si trovano filosofi e saggi dell'antichità raccolti su una gradinata attorno a Platone e Aristotele sul culmine. I gruppi si articolano dinamicamente, concatenando gesti ed espressioni, e rispettando una certa gerarchia simbolica che non irrigidisce però mai la rappresentazione, che appare sempre sciolta e naturale.

A vari personaggi Raffaello affidò le effigi di artisti contemporanei (Leonardo, Michelangelo, Bramante, sé stesso e il Sodoma) come per ribadire la nuova, orgogliosa autoaffermazione di dignità intellettuale dell'artista moderno


Disputa del Sacramento


Nell'affresco  Disputa del Sacramento Raffaello trasformò la parata di teologi da una semplice galleria di ritratti a un vero e proprio consesso, in cui la Chiesa militante, nella metà inferiore, agisce al cospetto della Chiesa trionfante, nel cerchio di nubi superiore. Lo studio dei numerosi disegni preparatori permette infatti di osservare una progressiva accentuazione della gestualità e del calore emozionale dei personaggi, coordinati comunque da un punto focale, che è rappresentato dall'ostia consacrata sopra l'altare 

Il Parnaso


Nel Parnaso poeti antichi e moderni si raccolgono attorno ad Apollo e le Muse, con analoghe meccaniche compositive.

Virtù e Legge


La lunetta con le Virtù e la Legge, per la forma irregolare, venne spezzata in più rappresentazioni, con le Virtù sulla sommità e in basso, davanti a due nicchie, due scene legate all'applicazione della legge, civile (Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano) e canonica (Gregorio IX approva le Decretali).



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Stanza di Eliodoro

Mentre la Stanza della Segnatura era in via di completamento, Raffaello, nell'estate del 1511, incominciò a elaborare i disegni per la decorazione della stanza successiva, destinata a sala delle Udienze. A giugno il papa era tornato a Roma dopo una campagna militare disastrosa contro i francesi, che aveva comportato la perdita di Bologna e la continua minaccia degli eserciti stranieri nella penisola.

In quel momento di incertezza politica venne deciso un programma decorativo che sottolineasse la protezione accordata da Dio alla sua Chiesa in alcuni momenti della sua storia, descrivendo interventi miracolosi contro nemici interni ed esterni, e affidandosi al culto dell'eucaristia, particolarmente caro al papa.

La decorazione ebbe luogo tra la seconda metà del 1511 e il 1514, con un pagamento a saldo al Sanzio datato 1º agosto 1514.


Cacciata di Eliodoro dal Tempio


La Cacciata di Eliodoro dal tempio mostra un miracolo che salva la Chiesa da un nemico interno. La scena, ambientata in una basilica con la lunga navata in scorcio, dalle membrature architettoniche dorate, ha una configurazione dinamica, con il cavaliere invocato dal sacerdote al centro, Onia, che irrompe a punire il profanatore Eliodoro, inviato dal re Seleuco IV Filopatore. Assiste alla scena a sinistra, sulla portantina, Giulio II in persona, proprio come si assisterebbe a una rappresentazione teatrale. 

La pacata serenità della Scuola di Atene appare già lontana, e la drammatica azione punta a coinvolgere emotivamente il riguardante. Se nella Stanza della Segnatura tutti i personaggi avevano movenze sciolte e naturali, qui iniziano a comparire quelle torsioni e quelle esasperazioni gestuali che, ispirate da Michelangelo Buonarroti, preannunciano il manierismo.

Diverso è anche l'uso della luce e del colore, con toni più densi e sbalzati dalla luce, sotto l'influenza probabilmente dei coloristi venuti da Venezia, come Sebastiano del Piombo e Lorenzo Lotto.


Messa di Bolsena


La Messa di Bolsena racconta il miracolo eucaristico di Bolsena, a cui il papato era storicamente molto legato, poiché avvenuto in un momento di forti conflitti dottrinali sul mistero dell'incarnazione del Corpus Domini. Raffaello creò una scena bilanciata con cura, con una contrapposizione tra il tumultuoso gruppo di fedeli a sinistra, sottolineato da strappi luministici, e la pacata disposizione cerimoniale dei personaggi della corte papale a destra, dalle tonalità coloristiche calde e corpose.


Liberazione di San Pietro


La scena della Liberazione di san Pietro è composta da tre episodi concatenati, ma fortemente unitari, e tutta giocata sui contrasti di luce, tra l'ambientazione notturna e la visione luminosa dell'angelo divino. Il primo papa, soccorso e portato al trionfo nel momento più difficile delle sue tribolazioni, è raffigurato al centro nel carcere soccorso dall'angelo, mentre a sinistra un gruppo di guardie, nelle cui armature si accendono i riflessi dell'apparizione sovrannaturale e delle fiaccole, assiste impotente alla scena. A destra Pietro è già libero, condotto per la mano dall'inviato divino attraverso una scala dove tutte le guardie sono addormentate, in un'atmosfera irreale, tra sogno e realtà.


Incontro di Leone Magno e Attila



La rottura dello schema simmetrico e bilanciato è particolarmente evidente nell'episodio dell'Incontro di Leone Magno con Attila, dove le due forze in campo si scontrano frontalmente. A destra si slanciano tumultuosi gli Unni, tra incendi e rovine sullo sfondo, arrestati dall'eloquente apparizione degli apostoli armati in cielo, mentre a sinistra procede ordinato e pacato nella sua infallibilità il pontefice col suo seguito, sullo sfondo della città eterna.



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Stanza dell'Incendio di Borgo


Gli affreschi vennero realizzati tra il 1514 e il 1517. Il tema principale è quello di esaltare la figura di papa Leone X attraverso storie tratte dalla vita di altri due papi con lo stesso nome: Leone III e Leone IV. Ciascuna scena contiene allusioni al pontificato attuale e numerose citazioni classiche e letterarie tipiche della corte pontificia.

La Stanza dell'Incendio di Borgo fu l'ultima in cui è riscontrabile un intervento diretto di Raffaello. L'esecuzione degli affreschi venne affidata in larghissima parte agli aiuti (Giulio Romano, Giovan Francesco Penni, Giovanni da Udine e altri) poiché il maestro era ormai preso da altre commissioni papali, prime fra tutti gli arazzi della Sistina e l'architettura della Basilica vaticana, dove il Sanzio aveva preso l'incarico di Bramante dopo la sua morte.


Incendio di Borgo 


La prima delle scene ad essere realizzata fu quella dell'Incendio di Borgo, che è anche quella in cui è più presente la mano del Sanzio, prima di impegnarsi negli arazzi e in altre commissioni. La scena mostra il miracoloso spegnimento dell'incendio divampato nel Borgo grazie all'intervento di Leone IV. La scena, impostata su violenti gruppi asimmetrici, alludeva al ruolo pacificatore del pontefice, ed alla sua attività per spegnere i conflitti tra le potenze cristiane.

A sinistra trova spazio anche la citazione colta di Enea che trasporta sulle spalle il padre Anchise, al fianco del figlioletto Ascanio e della moglie Creùsa: allusione agli interessi letterari del papa.


Battaglia di Ostia


La Battaglia di Ostia mostra la vittoria delle galee pontificie contro la flotta saracena, durante un attacco avvenuto nel porto di Ostia nell'849. Nell'affresco il papa, a sinistra e nell'atto di rendere grazie, ha i tratti di Leone X, e allude a una crociata vanamente invocata da quest'ultimo contro i Turchi Ottomani. A destra, in primo piano, si vedono alcuni prigionieri musulmani che vengono sbarcati e portati brutalmente davanti al pontefice, dove si inginocchiano in segno di sottomissione, un tema derivato dall'arte romana, detto dei captivi.

A Raffaello vengono di solito assegnati solo i ritratti del papa e dei cardinali.


Incoronazione di Carlo Magno


L'episodio dell'incoronazione di Carlo Magno da parte di Leone III, storicamente avvenuto nella notte di Natale dell'anno 800 nell'antica basilica di San Pietro in Vaticano, alludeva probabilmente al Concordato di Bologna, tra la Santa Sede e il regno di Francia siglato nel 1515 a Bologna. Il papa ha infatti le sembianze di Leone X e l'imperatore quelle di Francesco I, re francese all'epoca della realizzazione dell'affresco  Molto scarso è l'intervento diretto del maestro, con la stesura pittorica devoluta quasi interamente agli allievi.

La scena è impostata lungo una diagonale, che conduce l'occhio dello spettatore in profondità, dove sotto il baldacchino papale (decorato dalle chiavi di san Pietro), avviene l'incoronazione. Circondano questa sorta di platea due gruppi di cardinali, vescovi e soldati, mentre a sinistra si vede, in primo piano, un gruppo di inservienti che sta accatastando grossi vasi argentei e aurei e un ripiano con le zampe dorate su un tavolo delle offerte, riprendendo il tema romano-imperiale dei cortei trionfali.


Giuramento di Leone III


L'affresco, interamente di mano degli allievi, ricorda il giuramento, nell'antica basilica di San Pietro il 23 dicembre 800, col quale Leone III si purificò "non forzato e da nessuno giudicato", da false accuse dei nipoti di Adriano I, il giorno prima dell'incoronazione di Carlo Magno. Come negli altri affreschi della stanza il papa ha le sembianze di Leone X.

Dall'alto risuonarono le parole, riprodotte sul cartiglio in basso, "Dei non hominum est episcopos iudicare", cioè "Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi". Si tratta di una evidente allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense III, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio. La composizione si rifà a quella della Messa di Bolsena.


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Sala di Costantino


 Il maestro però, negli ultimi frenetici anni di vita, fece in tempo solo a preparare i cartoni, morendo nel 1520. L'opera è quindi datata dal 1520 fino al 1524 quando, ormai sotto Clemente VII, Giulio Romano, evidentemente libero da impegni col papa, partì per Mantova. A Raffaello è attribuita l'ideazione del complesso decorativo, ma l'intera stesura e probabilmente anche la composizione delle scene nella parete spetta agli allievi.

Il tema iconografico principale, le storie di Costantino Magno, mira all'esaltazione della Chiesa, della sua vittoria sul paganesimo e al suo insediamento nella città di Roma. Si tratta di una celebrazione storico-politica che proseguiva le riflessioni della seconda e della terza stanza.


Visione della Croce


La Visione della croce è attribuita a Giulio Romano e, per le parti più scadenti, a Raffaellino del Colle. Il soggetto del dipinto è l'episodio che la tradizione tramanda come accaduto alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio, quando Costantino avrebbe avuto la visione premonitrice di una croce in cielo e della scritta "In hoc signo vinces".

La scena si ispira, nella composizione generale, agli episodi dell'Adlocutio presenti in numerosi rilievi dell'Antica Roma (come sulla Colonna Traiana o sull'Arco di Costantino). Mostra infatti il comandante che, da un piano rialzato, arringa l'esercito per spronarlo alla vittoria.

Ai lati si trovano San Clemente tra la Mansuetudine e la Moderazione e San Pietro tra l'Eternità e la Chiesa.



Battaglia di Costantino contro Massenzio


La Battaglia di Costantino contro Massenzio è attribuita a Giulio Romano. Il soggetto è la battaglia di Ponte Milvio, quando Costantino sconfisse Massenzio. La convulsa scena è ispirata ai rilievi sui sarcofagi romani e su altri monumenti, con l'imperatore che ad esempio è plasmato su quello del fregio traianeo nell'Arco di Costantino.

Al centro incede trionfante Costantino su un cavallo bianco, che macina i nemici sotto gli zoccoli. Gli si parano davanti le truppe avversarie, che si piegano però alla sua inarrestabile avanzata. A destra si vede il ponte Milvio, strapieno di soldati; nel fiume le barche dell'esercito di Massenzio vengono colpite e fatte rovesciare dagli arcieri, mentre altri soldati vi cadono per la spinta della zuffa; tra questi, in basso a sinistra, si trova anche Massenzio a cavallo, riconoscibile per la corona in testa, che è ormai inevitabilmente destinato alla sconfitta. In alto tre apparizioni angeliche confermano l'esito divino della battaglia.

Ai lati si trovano, da sinistra, San Silvestro I (in realtà l'iscrizione è probabilmente errata, poiché il papa è già presente sulla parete opposta, più probabilmente Alessandro I) tra la Fede e la Religione e Urbano I tra la Giustizia e la Carità.


Battesimo di Costantino


Il Battesimo di Costantino è di solito riferita al Penni, con qualche intervento di Giulio Romano, forse nell'architettura. La scena è ambientata in un edificio a pianta centrale che ricorda il Battistero Lateranense, nonché altri progetti di Raffaello di quegli anni. Il papa, che ha le sembianze di Clemente VII, si trova al centro dell'edificio tra assistenti e sta versando l'acqua sul capo dell'imperatore inginocchiato seminudo. Assistono due personaggi contemporanei ai lati, Carlo V e Francesco I di Francia.

Ai lati dell'affresco si trovano, da sinistra, San Damaso I tra la Prudenza e la Pace e San Leone Magno tra l'Innocenza e la Fortezza.



Donazione di Roma



L'esecuzione della Donazione di Roma è di solito riferita a Giulio Romano, forse con l'aiuto del Penni e di Raffaellino del Colle. La Donazione di Costantino è l'episodio leggendario secondo cui l'imperatore romano fece dono a papa Silvestro I della città di Roma e dei territori pertinenti, fondando il potere temporale del vescovo di Roma. I pontefici medicei ignorarono però la confutazione del falso storico di Lorenzo Valla, concludendo tutto il ciclo delle Stanze, celebrante il papato, proprio con questa scena.

La scena è ambientata all'interno di un edificio che ricorda l'antica basilica di San Pietro, con la lunga navata paleocristiana in prospettiva, l'abside decorata da mosaici e la tomba dell'apostolo Pietro con le colonne tortili in fondo presso l'altare. In secondo piano, dietro una serie di personaggi che hanno il compito di dirigere l'occhio dello spettatore in profondità, si svolge la scena della donazione. Il papa, seduto sulla cattedra, riceve dall'imperatore una statua dorata della Dea Roma, simbolo della sovranità sulla città. Vasari elencò vari ritratti tra i personaggi.

Ai lati si trovano i papi Gregorio Magno e Silvestro I. Lo spazio ridotto, legato alla presenza delle finestre, non consentì l'inserimento di figure allegoriche. Sopra le finestre si trovano putti che reggono anelli di diamante, emblema araldico dei Medici.




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