mercoledì 17 aprile 2024

Biografia di Raffaello Sanzio

 Raffaello Sanzio


Raffaello Sanzio (Urbino, 1483- Roma, 1520) è considerato, insieme ai grandi Leonardo e Michelangelo, uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano. Era figlio d’arte, suo padre Giovanni Santi (da cui deriverà il cognome “Sanzio”) era un noto artista nonché padrone di una fiorente bottega ad Urbino, importante centro artistico dell’epoca. Raffaello, tuttavia perse il padre all’età di 11 anni; la madre era venuta a mancare quando di anni ne aveva appena otto. 

L’apprendistato di Raffaello avvenne a Perugia, nella bottega di Pietro Vannucci, detto “Il Perugino”, uno dei più noti artisti del XVI secolo. Il giovane artista dimostrò un talento precoce tanto che, ancora diciottenne, gli vennero commissionate opere dai più importanti signori umbri. È negli anni perugini che strinse amicizia con il Pinturicchio, all’epoca già un artista affermato. 

A ventuno anni Raffaello decise di trasferirsi a Firenze, affascinato da quanto si diceva sulle opere di due artisti molto noti della città toscana: Leonardo e Michelangelo. Risale a questo periodo la serie delle Madonne col Bambino, uno dei soggetti al quale Raffaello pare fosse particolarmente legato (secondo alcuni, per via della tragica scomparsa della madre quando era ancora bambino). 

Fu con la chiamata a Roma di papa Giulio II che Raffaello, appena venticinquenne trovò la sua consacrazione, affrescando le Stanze papali. Per farlo decise di ispirarsi alle quattro facoltà delle università medievali: teologia, filosofia, poesia e giurisprudenza per dare vita ad uno dei dipinti più celebri del Rinascimento: la Scuola di Atene (1509-1511 Sembra che nell’opera Raffaello abbia dato ad alcuni sapienti del mondo classico le fattezze dei più grandi artisti del suo tempo: Eraclito (aggiunto in un secondo momento) pare somigliare moltissimo a Michelangelo, Platone a Leonardo da Vinci e Euclide a Bramante. 

Oltre ad essere un grande artista, Raffaello si dimostrò anche un attento imprenditore. La sua bottega a Roma lavorava come una vera e propria “squadra” formata non solo giovani apprendisti ma anche da artisti affermati, così da poter portare avanti diversi progetti contemporaneamente. Nonostante questa perfetta organizzazione, le opere di Raffaello erano così richieste che spesso i committenti dovevano attendere a lungo per venire soddisfatti. Raffaello fu anche un importante architetto: dal 1514 lavorò al progetto della Basilica di San Pietro in Vaticano (cantiere al quale si dedicò anche Michelangelo dal 1546). Madonne, soggetti sacri, ritratti di uomini illustri, sono moltissimi i capolavori di Raffaello che meriterebbero un approfondimento. Sicuramente va ricordato il dipinto Lo sposalizio della Vergine (1504), la prima opera firmata da Raffaello. Creato per la cappella di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, si trova oggi nella Pinacoteca di Brera a Milano. Altre opere di rilievo sono la Deposizione Borghese (parte centrale della Pala Baglioni, del 1507); la Resurrezione di Cristo (1501) conservata al Museu de Arte di san Paolo; le Tre Grazie (1504) e la Trasfigurazione, sua ultima opera rimasta incompiuta e completata da Giulio Romano. Raffaello morì la notte del venerdì santo del 1520, a soli 37 anni. 

I contemporanei affermarono che al momento della morte una crepa scosse i palazzi vaticani e il cielo si riempì di nuvole scure, come se il mondo avesse perduto una divinità. Secondo lo storico Vasari, più prosaicamente, Raffaello morì per una febbre causata da “eccessi amorosi”. Il suo corpo oggi è conservato nel Pantheon

La Fornarina - Palazzo Barberini

 La Fornarina

Palazzo Barberini



Raffaello è rimasto sempre legato a questa misteriosa opera. La bella Fornarina, infatti, è rimasta nello studio del pittore fino alla sua morte che è avvenuta poco tempo dopo averla completata.

 

La donna raffigurata è, secondo la tradizione, l’amante e musa ispiratrice di Raffaello: Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere, da cui il soprannome “Fornarina”. Non si ha notizia di chi fosse il committente dell’opera e ciò potrebbe avvalorare l’ipotesi che Raffaello l’abbia dipinta per sé, negli ultimi anni della sua vita.

 

Che si tratti o meno dell’amante di Raffaello, dietro questo volto imperfetto, dai tratti marcati, si nasconde una rappresentazione di Venere. La posa delle mani, una adagiata nel grembo, l’altra sul seno, segue il modello della “Venere pudica” della statuaria classica: un gesto di pudore che tuttavia orienta lo sguardo dell’osservatore proprio su ciò che si vorrebbe nascondere. 


Simboli della dea dell’amore sono anche il bracciale della donna su cui si legge “Raphael Urbinas”, firma dell’autore e pegno di vincolo amoroso, nonché, sullo sfondo, il cespuglio di mirto e il ramo di melo cotogno, simbolo di fertilità.


Il quadro apparteneva già ai primi proprietari del palazzo, gli Sforza di Santafiora, e fu uno dei primi ad essere acquistato dai Barberini.

 

Trionfo di Galatea - Villa Farnesina

  Trionfo di Galatea

Villa Farnesina


Il Trionfo di Galatea è un affresco (295 × 225 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1512 . È il dipinto più famoso della Villa e uno dei più importanti del pittore urbinate.

Raffaello rappresentò il Trionfo di Galatea in un affresco oggi conservato presso la Sala di Galatea, a Villa Farnesina, a Roma, la sontuosa villa "di delizie" che il ricco banchiere Agostino Chigi si era fatto costruire tra il 1509 e il 1512 da Baldassarre Peruzzi, su un terreno circondato da giardini tra via della Lungara e il Tevere.
Quando gli fu affidato l’incarico di realizzare l’affresco al pianterreno della villa, il Sanzio era impegnato a decorare la Stanza della Segnatura e la Stanza di Eliodoro in Vaticano per Giulio II.

La veste rossa gonfiata dal vento, simile a una vela, il corpo statuario, le braccia tese a guidare i delfini che trainano sull’acqua il cocchio a forma di conchiglia, mentre un festoso corteo di tritoni, nereidi, amorini ne celebra il trionfo.
Eccola Galatea, ninfa del mare, in fuga dall’amore del Ciclope, invidioso di Aci, il giovane bellissimo amato dalla Nereide, ucciso da un macigno scagliato dal Polifemo e trasformato in un fiume che ne conserva il nome.

Il mito raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio, ma anche nell’Idillio XI di Teocrito e nel ditirambo Il Ciclope di Filosseno di Citera giunse ai pennelli di Raffaello che tradusse in un affresco carico di suggestioni, in un ritmo vorticoso che sa di danza, il trionfo della fanciulla “dalla pelle bianco-latte”.

Loggia di Psiche - Villa Farnesina

 Loggia di Psiche 

Villa Farnesina


La Loggia, situata nel piano terreno e composta da cinque archi che sono attualmente chiusi da vetrate protettive, prende il nome dalla decorazione ad affresco dipinta nel 1518 sulla volta dalla scuola di Raffaello su disegni del maestro, dove si raffigurarono episodi ispirati all’Asino d’oro di Apuleio, della favola di di Amore e Psiche, già impiegata nel Quattrocento per immagini di argomento nuziale.

La loggia serviva da palcoscenico per le feste e le rappresentazioni teatrali organizzate dal proprietario.

Per dare un carattere festoso e spettacolare all’ambiente, Raffaello trasformò la volta della Loggia d’ingresso in una pergola, come se i pergolati e i padiglioni del giardino si fossero prolungati all’interno della Villa in ricchi festoni. Al centro due finti arazzi : il sontuoso Convito degli Dei, in cui la fanciulla ingiustamente perseguitata viene infine accolta nel consesso divino, e Le nozze di Amore e Psiche, culmine simbolico dell’intero ciclo.

Tuttavia, è da ricordare che l’impianto generale dell’affresco e l’ideazione delle singole scene e figure si devono alla geniale intuizione di Raffaello, ma agli affreschi lavorarono spesso numerosi artefici della sua bottega, tra cui Giovan Francesco Penni, Giulio Romano e Giovanni da Udine, autore, in particolare, dell’esuberante trionfo dei festoni di fiori e frutta.

La facciata ornata da lesene di ordine tuscanico è chiusa in alto da un cornicione con un festone di Putti. Si affacciava in origine sul giardino all’italiana prospiciente la facciata. 

Deposizione di Cristo - Galleria Borghese

 Deposizione di Cristo

Galleria Borghese 


Scomparto centrale della smembrata Pala Baglioni. Firmato edatato "RAPHAEL VRBINAS MDVII".

Il trasporto di Cristo, più noto con il nome della Deposizione di Raffaello fu dipinto per Atalanta Baglioni in memoria del figlio Grifonetto, ucciso nelle lotte per la signoria di Perugia e collocato nella chiesa di San Francesco della stessa città nel 1507.

 

Nella città rimase per 101 anni, finché nottetempo, con la complicità del clero, il dipinto fu prelevato e inviato a Paolo V che lo donò al nipote per la collezione, ed entrò così a far parte del patrimonio privato dei Borghese. In seguito al trattato di Tolentino il dipinto fu trasferito nel 1797 a Parigi.

Dopo il ritorno a Roma nel 1816, soltanto la scena centrale fu restituita alla collezione Borghese, mentre le tre Virtù teologali, Fede, Speranza e Carità della predella rimasero ai Musei Vaticani (la cimasa di Tiberio Alfani, finì nella Galleria Nazionale dell'Umbria).

 

La Deposizione di Raffaello descrive il momento in cui il corpo di Gesù viene trasferito nel sepolcro. I tre uomini che portano il corpo hanno la schiena inarcata a causa dello sforzo di trascinare il corpo morto, tutt’intorno le donne in preda al dolore e alla disperazione, mentre al centro della composizione si nota la presenza del defunto Grifonetto Baglioni, cui è dedicata l’opera.

 

San Giovanni Evangelista invece è la figura con le mani giunte che osserva il corpo di Cristo. Il volto di Grifonetto, che trasporta il corpo di Cristo, è la figura che unisce i due gruppi: le donne a destra e gli uomini, Cristo e la Maddalena a sinistra.

Il paesaggio dipinto da Raffaello è meraviglioso e sembra ispirato dalle opere di Leonardo da Vinci, mentre lascia intravedere sulla collina il Golgota.

 

 




Dama col liocorno - Galleria Borghese

 Dama col liocorno

Galleria Borghese 


La giovane effigiata è una fanciulla fiorentina, come si evince dal prezioso abito alla moda dei primi anni del Cinquecento - la gamurra - con le ampie maniche di velluto rosso e il corpetto di seta marezzata.

Il dipinto, del quale non si hanno notizie documentarie certe, fu commissionato, con molta probabilità, come dono di nozze. Lo suggeriscono alcuni dettagli decorativi, in particolare le pietre del pendente (rubino e zaffiro), riferimenti simbolici allusivi alle virtù coniugali e al candore virginale della sposa: ne è un esempio la perla scaramazza, simbolo dell'amore spirituale e della femminilità creatrice, già dall'età antica. La stessa collana d'oro, caratterizzata dal nodo, è un chiaro riferimento al vincolo matrimoniale.

Allo stesso modo è stata interpretata la presenza del piccolo unicorno che le giace sul grembo, animale fantastico tratto dalla letteratura medievale, attributo di verginità.
L'esecuzione del dipinto dovrebbe risalire agli anni del soggiorno fiorentino, precedenti il trasferimento di Raffaello a Roma.

Trasfigurazione - Pinacoteca Vaticana

  Trasfigurazione

Pinacoteca Vaticana


 La Trasfigurazione è l’ultima opera a portare la firma di Raffaello Sanzio da noi conosciuta. Il capolavoro finale, l’ultimo atto che il Principe del Rinascimento portò (quasi) a termine tra il 1518 e il 1520 e che fu come ricorda Vasari esposta nella stanza dove il corpo dell’urbinate giaceva immoto quel 6 aprile di 500 anni fa, nel giorno della sua morte, facendo “scoppiare l'anima di dolore a ognuno che quivi guardava”.

Il cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII, commissionò la tavola a Raffaello per la cattedrale di Narbona.
Raffaello però morì nel nel 1520 prima di terminare l’opera. Giulio Romano fu invece incaricato di portarla a termine secondo le indicazioni del maestro. La grande pala però non venne portata presso la cattedrale di Narbona ma nel 1523 fu posta sull’altare Maggiore presso la chiesa di San Pietro in montorio a Roma.

Il 19 febbraio 1797 Napoleone impose il Trattato di Tolentino tra Francia e Stato Pontificio. Il Papa Pio VI cedette così tutti i territori dello Stato Pontificio a nord di Ancona alla Francia Rivoluzionaria.
L’opera di Raffaello fu di conseguenza ceduta alla Francia come indennizzo. Antonio Canova, in seguito alla Restaurazione ottenne poi la restituzione del dipinto. La Trasfigurazione di Raffaello è
esposta presso la Pinacoteca Vaticana di Città del Vaticano.

Gesù, Giacomo, Giovanni e Pietro sono dipinti nella parte superiore della tela su di un’altura. Gli apostoli giacciono a terra confusi e spaventati dalla Trasfigurazione di Gesù che levita in alto circondato da un alone luminoso. A fianco di Cristo si trovano Mosè ed Elia. Sulla sinistra, ai bordi della collinetta sono presenti alla visione due Santi. A destra della collina nel cielo il sole tramonta. In basso invece i nove apostoli rimasti ai piedi del Monte Tabor accolgono il ragazzo indemoniato e tentano di prestargli soccorso invano. Insieme alla ragazzo ci sono anche i genitori. Il padre tenta di trattenere il ragazzo mentre la madre è inginocchiata con le spalle rivo

Madonna di Foligno - Pinacoteca Vaticana

 Madonna di Foligno

Pinacoteca Vaticana 



La tavola fu commissionata nel 1511 da Sigismondo de' Conti per l'altar maggiore della chiesa di S. Maria in Aracoeli a Roma. Da qui passò nel 1565 alla chiesa di S. Anna presso il Monastero delle Contesse a Foligno e, dopo il rientro dalla Francia, ove era stata trasferita nel 1797 in seguito al Trattato di Tolentino, entrò a far parte della Pinacoteca Vaticana (1816).

Sigismondo de' Conti, illustre umanista di Foligno, è raffigurato genuflesso in preghiera sulla destra: San Gerolamo, in abito cardinalizio, lo presenta alla Vergine, seduta in gloria col Bambino; sulla sinistra San Giovanni Battista, vestito di pelli, indica la visione celeste, davanti alla quale si inginocchia San Francesco, protettore dei Minori, alla cui chiesa il quadro era destinato.

Il dipinto fu ordinato da Sigismondo de' Conti come ringraziamento alla Vergine per aver salvato la propria casa di Foligno, colpita da un fulmine: l'episodio è ricordato nello splendido inserto di paesaggio sullo sfondo. L'angioletto al centro della composizione regge una targa senza iscrizione, destinata probabilmente a ricordare il voto esaudito dalla Vergine.

Il dipinto si può datare tra il 1511 e il 1512, nel periodo in cui Raffaello stava lavorando nella Stanza di Eliodoro in Vaticano (appartamento di Giulio II).

Ritratto Virile - Galleria Borghese

 Ritratto Virile

Galleria Borghese


Il Ritratto virile è un dipinto a olio su tavola (45x31 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1503-1504 circa e conservato nella Galleria Borghese a Roma.
Nel 1911 la tavola venne restaurata  togliendo antiche ridipinture, tra cui un diverso copricapo e una pesante casacca di pelliccia, aperta su una camicia chiara, che erano stati dipinti forse per assecondare l'attribuzione al pittore  Hans Holbein il Giovane (1833). L'opera poi venne attribuita a Raffaello dai maggiori studiosi.

Il protagonista è ritratto frontalmente a metà figura, mentre fissa verso lo spettatore, con una leggera divergenza verso destra, che alleggerisce il contatto visivo diretto e dà una connotazione altera e schiva del soggetto. Il personaggio, dai lunghi capelli mossi ricadenti sulle spalle, indossa una vistosa berretta con tesa rovesciata, un manto e una cappa nera. Lo sfondo è un paesaggio di stile umbro, con colline che si perdono sfumando all'orizzonte e l'accorgimento di farle digradare verso il centro del dipinto per creare una sorta di cornice ideale al volto.

L'abbigliamento di colore scuro, oltre che i severi tratti fisionomici donano regalità e imponenza alla figura.


Ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano - Galleria Doria Pamphilj

 Ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano

Galleria Doria Pamphilj


Il Ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano è un dipinto (olio su tela, cm 74×107) realizzato intorno al 1516 circa dal pittore urbinate Raffaello Sanzio, grande esponente del Rinascimento italiano, ed attualmente conservato nella Galleria Doria Pamphilj di Roma.

Andrea Navagero (Venezia, 1483 – Blois, 8 Maggio 1529) celebre poeta e oratore veneziano e Agostino Beazzano (Treviso, ultimo decennio del XV secolo – Treviso, 1549) rinomato umanista e poeta italiano, uniti da sentimenti di amicizia e di stima, vengono ritratti insieme dal Sanzio. L’opera viene eseguita a Roma nel 1516 come testimonia una lettera di Pietro Bembo indirizzata al cardinal Bibbiena del 3 Aprile del 1516 che narra di una gita a Tivoli dello stesso Bembo, in compagnia degli amici umanisti Andrea Navagero e Agostino Beazzano, oltre a Baldassarre Castiglione e al pittore Raffaello Sanzio. 

Il ritratto, in realtà un doppio ritratto, raffigura i due amici intenti in una conversazione, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, ovvero verso un terzo interlocutore esterno che con molta probabilità sembra possa trattarsi del Cardinale Pietro Bembo, commissionario dell’opera al Sanzio.

Il Ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano raffigura i due amici a mezza figura, su uno sfondo scuro neutro, in posizioni complementari, entrambi voltati di tre quarti, uno di schiena e l’altro frontale. Inoltre entrambi hanno lo sguardo rivolto verso l’ipotetico spettatore, interlocutore frontale e sono abbigliati secondo la moda cinquecentesca-rinascimentale, con abito scuro: in particolare Andrea Navagero indossa un abito di velluto nero e un’ ampia cuffia in testa, mentre Agostino Beazzano indossa un abito scuro di lana e sotto una camicia bianca plissettata. 

Caratteristica fondamentale è la luce che taglia il dipinto dall’alto, a sinistra, verso il basso, evidenziando la resa cromatica limitata o addirittura monocromatica, la pacata e serena espressione dei due intellettuali proiettati verso l’esterno e crea una simmetria composi

Pala degli Oddi - Pinacoteca Vaticana

 Pala degli Oddi

Pinacoteca Vaticana 


La Pala degli Oddi è un dipinto (olio su tavola trasportata su tela, cm 267×163) realizzato intorno al 1502-1503 circa dal pittore urbinate Raffaello Sanzio.
La pala è ascrivibile al periodo giovanile di Raffaello (inizi del 1500), e risente degli influssi stilistici e compositivi del Perugino (Pietro di Cristoforo Vannucci), suo maestro.

L’opera viene commissionata nel 1502 al giovane Raffaello Sanzio da Maddalena degli Oddi per l’altare della Cappella Oddi nella Chiesa di San Francesco al Prato a Perugia, (la famiglia degli Oddi è una delle più importanti famiglie nobili di Perugia  e viene ricordata per l’acceso antagonismo con la famiglia dei Baglioni che nel 1507 commissiona a Raffaello la famosa Pala Baglioni, oggi conservata presso la Galleria Borghese di Roma).

La Pala degli Oddi rimane nella Chiesa di San Francesco al Prato a Perugia fino al 1797, poi viene requisita dai francesi, portata a Parigi e trasportata su tela; la pala rientra in Italia nel 1815, e per volere di Papa Pio VII entra a far parte della Pinacoteca Vaticana.

La Pala degli Oddi è divisa in due parti principali: nella prima, in basso, è raffigurata l’Ascensione della Vergine, con il sarcofago aperto dal quale fuoriescono gigli bianchi e rose in omaggio alla Madonna, e intorno compaiono i dodici apostoli, che stupiti, rivolgono lo sguardo verso il cielo; viene, inoltre, raffigurato il tema della Sacra Cintola con San Tommaso, al centro, che tiene in mano la cintura donatagli dalla Vergine.

Nella parte superiore della pala è raffigurata l’Incoronazione della Vergine con al centro la Madonna e Gesù, circondati da angeli musicanti, putti e cherubini.



Profeta Isaia - Basilica di Sant'Agostino

  Profeta Isaia

Basilica di Sant'Agostino



Il “Profeta Isaia” è un affresco (cm 250×155) realizzato tra il 1511 e il 1512 da Raffaello Sanzio, e attualmente conservato presso la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma. L’opera viene commissionata al celebre pittore urbinate, dal protonotario apostolico lussemburghese Johan Goritz, e realizzata tra il 1511 e il 1512.

Il profeta è ritratto in trono mentre regge tra le mani un cartiglio con la scritta in ebraico "aprite le porte onde il popolo che crede entri"; accanto a lui vi sono due putti che reggono la scritta dedicatoria in greco "a Sant'Anna madre della Vergine, alla Vergine madre di Dio, a Cristo il Salvatore". 

Davanti all'affresco, era prevista infatti la collocazione del gruppo scultoreo con Sant'Anna, la Vergine e il Bambino di Andrea Sansovino. La carica espressiva, la figura particolarmente imponente e possente, i colori accesi e cangianti, la muscolatura ben definita portano a confrontare il profeta di Raffaello con quelli realizzati da Michelangelo nella Cappella Sistina: qui la potenza del maestro è sicuramente giunta nella pittura del giovane urbinate


Sibille e Angeli - Chiesa di Santa Maria della Pace

 Sibille e Angeli

 Chiesa di Santa Maria della Pace


Nel 1514 il banchiere senese Agostino Chigi commissionò a Raffaello due grandi affreschi per decorare la sua cappella privata in Santa Maria della Pace, il tema scelto furono le Sibille. 

Nell'antichità classica le Sibille, erano vergini dotate di virtù profetiche ispirate da un dio, in grado di fornire responsi e fare predizioni. Secondo la Chiesa occidentale le sibille profetizzarono la venuta di Cristo. 

L’affresco raffigura un gruppo di quattro sibille accompagnate da sette Angeli, che rappresentano gli spiriti intermediari tra l'uomo e Dio, per questo reggono i cartigli con le iscrizioni lette dalle Sibille e riferibili al tema dell'attesa di Cristo e della sua Risurrezione. 

A sinistra è raffigurata la Sibilla Cumana che regge il Libro sibillino, mentre solleva il braccio destro per aiutare l’angelo in volo. Questo le porge il rotolo con l’iscrizione a caratteri greci che significa “La resurrezione dei morti”. Un putto in piedi, accanto a loro, osserva la scena appoggiato ad una lapide che presenta, sempre in greco, la scritta traducibile in “Verrà la luce”.

 Alle sue spalle, la Sibilla Persica si volta, per finire di scrivere il testo “Egli avrà il destino della morte” suggeritole da un altro angelo che indica il cielo come fonte di ispirazione. 

Di seguito si vede la Sibilla Frigia che sta leggendo una tavola sorretta da un angelo dove è scritto “Il cielo circonda il vaso della terra”. 

Anche la Sibilla Tiburtina, nelle sembianze di una donna anziana, sta tentando di leggere ciò che il messaggero divino indica loro. 

Tra le due Sibille si trova un putto che si appoggia al cartiglio marmoreo, l’unico che presenti un brano in latino, tradotto in “Ecco la nuova progenie”. Sopra il gruppo aleggia infine l’angelo che srotola la pergamena sulla quale si legge in greco “Io aprirò e resusciterò” 

Nella lunetta al disopra quattro Profeti: Abacuc seduto e Giona in piedi, Davide in piedi e Daniele seduto, anch'essi disegnati da Raffaello, ma eseguiti da Timoteo Viti


Le Stanze di Raffaello - Musei Vaticani

 Stanza della Segnatura

La prima Stanza realizzata da Raffaello è la Stanza della Segnatura, che custodisce gli affreschi più famosi dell’artista. Questa era una stanza privata del Papa e gli affreschi, eseguiti tra il 1508 e il 1511, sono una celebrazione della Verità, la Ragione e la Bellezza.

      La scuola di Atene     

   

La Scuola di Atene, dedicata alla filosofia, è ambientata in una profonda navata di un edificio scoperto, ispirato ai progetti di Bramante per la nuova Basilica vaticana, ed evoca l'idea di "tempio della sapienza". Vi si trovano filosofi e saggi dell'antichità raccolti su una gradinata attorno a Platone e Aristotele sul culmine. I gruppi si articolano dinamicamente, concatenando gesti ed espressioni, e rispettando una certa gerarchia simbolica che non irrigidisce però mai la rappresentazione, che appare sempre sciolta e naturale.

A vari personaggi Raffaello affidò le effigi di artisti contemporanei (Leonardo, Michelangelo, Bramante, sé stesso e il Sodoma) come per ribadire la nuova, orgogliosa autoaffermazione di dignità intellettuale dell'artista moderno


Disputa del Sacramento


Nell'affresco  Disputa del Sacramento Raffaello trasformò la parata di teologi da una semplice galleria di ritratti a un vero e proprio consesso, in cui la Chiesa militante, nella metà inferiore, agisce al cospetto della Chiesa trionfante, nel cerchio di nubi superiore. Lo studio dei numerosi disegni preparatori permette infatti di osservare una progressiva accentuazione della gestualità e del calore emozionale dei personaggi, coordinati comunque da un punto focale, che è rappresentato dall'ostia consacrata sopra l'altare 

Il Parnaso


Nel Parnaso poeti antichi e moderni si raccolgono attorno ad Apollo e le Muse, con analoghe meccaniche compositive.

Virtù e Legge


La lunetta con le Virtù e la Legge, per la forma irregolare, venne spezzata in più rappresentazioni, con le Virtù sulla sommità e in basso, davanti a due nicchie, due scene legate all'applicazione della legge, civile (Triboniano che consegna le Pandette a Giustiniano) e canonica (Gregorio IX approva le Decretali).



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Stanza di Eliodoro

Mentre la Stanza della Segnatura era in via di completamento, Raffaello, nell'estate del 1511, incominciò a elaborare i disegni per la decorazione della stanza successiva, destinata a sala delle Udienze. A giugno il papa era tornato a Roma dopo una campagna militare disastrosa contro i francesi, che aveva comportato la perdita di Bologna e la continua minaccia degli eserciti stranieri nella penisola.

In quel momento di incertezza politica venne deciso un programma decorativo che sottolineasse la protezione accordata da Dio alla sua Chiesa in alcuni momenti della sua storia, descrivendo interventi miracolosi contro nemici interni ed esterni, e affidandosi al culto dell'eucaristia, particolarmente caro al papa.

La decorazione ebbe luogo tra la seconda metà del 1511 e il 1514, con un pagamento a saldo al Sanzio datato 1º agosto 1514.


Cacciata di Eliodoro dal Tempio


La Cacciata di Eliodoro dal tempio mostra un miracolo che salva la Chiesa da un nemico interno. La scena, ambientata in una basilica con la lunga navata in scorcio, dalle membrature architettoniche dorate, ha una configurazione dinamica, con il cavaliere invocato dal sacerdote al centro, Onia, che irrompe a punire il profanatore Eliodoro, inviato dal re Seleuco IV Filopatore. Assiste alla scena a sinistra, sulla portantina, Giulio II in persona, proprio come si assisterebbe a una rappresentazione teatrale. 

La pacata serenità della Scuola di Atene appare già lontana, e la drammatica azione punta a coinvolgere emotivamente il riguardante. Se nella Stanza della Segnatura tutti i personaggi avevano movenze sciolte e naturali, qui iniziano a comparire quelle torsioni e quelle esasperazioni gestuali che, ispirate da Michelangelo Buonarroti, preannunciano il manierismo.

Diverso è anche l'uso della luce e del colore, con toni più densi e sbalzati dalla luce, sotto l'influenza probabilmente dei coloristi venuti da Venezia, come Sebastiano del Piombo e Lorenzo Lotto.


Messa di Bolsena


La Messa di Bolsena racconta il miracolo eucaristico di Bolsena, a cui il papato era storicamente molto legato, poiché avvenuto in un momento di forti conflitti dottrinali sul mistero dell'incarnazione del Corpus Domini. Raffaello creò una scena bilanciata con cura, con una contrapposizione tra il tumultuoso gruppo di fedeli a sinistra, sottolineato da strappi luministici, e la pacata disposizione cerimoniale dei personaggi della corte papale a destra, dalle tonalità coloristiche calde e corpose.


Liberazione di San Pietro


La scena della Liberazione di san Pietro è composta da tre episodi concatenati, ma fortemente unitari, e tutta giocata sui contrasti di luce, tra l'ambientazione notturna e la visione luminosa dell'angelo divino. Il primo papa, soccorso e portato al trionfo nel momento più difficile delle sue tribolazioni, è raffigurato al centro nel carcere soccorso dall'angelo, mentre a sinistra un gruppo di guardie, nelle cui armature si accendono i riflessi dell'apparizione sovrannaturale e delle fiaccole, assiste impotente alla scena. A destra Pietro è già libero, condotto per la mano dall'inviato divino attraverso una scala dove tutte le guardie sono addormentate, in un'atmosfera irreale, tra sogno e realtà.


Incontro di Leone Magno e Attila



La rottura dello schema simmetrico e bilanciato è particolarmente evidente nell'episodio dell'Incontro di Leone Magno con Attila, dove le due forze in campo si scontrano frontalmente. A destra si slanciano tumultuosi gli Unni, tra incendi e rovine sullo sfondo, arrestati dall'eloquente apparizione degli apostoli armati in cielo, mentre a sinistra procede ordinato e pacato nella sua infallibilità il pontefice col suo seguito, sullo sfondo della città eterna.



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Stanza dell'Incendio di Borgo


Gli affreschi vennero realizzati tra il 1514 e il 1517. Il tema principale è quello di esaltare la figura di papa Leone X attraverso storie tratte dalla vita di altri due papi con lo stesso nome: Leone III e Leone IV. Ciascuna scena contiene allusioni al pontificato attuale e numerose citazioni classiche e letterarie tipiche della corte pontificia.

La Stanza dell'Incendio di Borgo fu l'ultima in cui è riscontrabile un intervento diretto di Raffaello. L'esecuzione degli affreschi venne affidata in larghissima parte agli aiuti (Giulio Romano, Giovan Francesco Penni, Giovanni da Udine e altri) poiché il maestro era ormai preso da altre commissioni papali, prime fra tutti gli arazzi della Sistina e l'architettura della Basilica vaticana, dove il Sanzio aveva preso l'incarico di Bramante dopo la sua morte.


Incendio di Borgo 


La prima delle scene ad essere realizzata fu quella dell'Incendio di Borgo, che è anche quella in cui è più presente la mano del Sanzio, prima di impegnarsi negli arazzi e in altre commissioni. La scena mostra il miracoloso spegnimento dell'incendio divampato nel Borgo grazie all'intervento di Leone IV. La scena, impostata su violenti gruppi asimmetrici, alludeva al ruolo pacificatore del pontefice, ed alla sua attività per spegnere i conflitti tra le potenze cristiane.

A sinistra trova spazio anche la citazione colta di Enea che trasporta sulle spalle il padre Anchise, al fianco del figlioletto Ascanio e della moglie Creùsa: allusione agli interessi letterari del papa.


Battaglia di Ostia


La Battaglia di Ostia mostra la vittoria delle galee pontificie contro la flotta saracena, durante un attacco avvenuto nel porto di Ostia nell'849. Nell'affresco il papa, a sinistra e nell'atto di rendere grazie, ha i tratti di Leone X, e allude a una crociata vanamente invocata da quest'ultimo contro i Turchi Ottomani. A destra, in primo piano, si vedono alcuni prigionieri musulmani che vengono sbarcati e portati brutalmente davanti al pontefice, dove si inginocchiano in segno di sottomissione, un tema derivato dall'arte romana, detto dei captivi.

A Raffaello vengono di solito assegnati solo i ritratti del papa e dei cardinali.


Incoronazione di Carlo Magno


L'episodio dell'incoronazione di Carlo Magno da parte di Leone III, storicamente avvenuto nella notte di Natale dell'anno 800 nell'antica basilica di San Pietro in Vaticano, alludeva probabilmente al Concordato di Bologna, tra la Santa Sede e il regno di Francia siglato nel 1515 a Bologna. Il papa ha infatti le sembianze di Leone X e l'imperatore quelle di Francesco I, re francese all'epoca della realizzazione dell'affresco  Molto scarso è l'intervento diretto del maestro, con la stesura pittorica devoluta quasi interamente agli allievi.

La scena è impostata lungo una diagonale, che conduce l'occhio dello spettatore in profondità, dove sotto il baldacchino papale (decorato dalle chiavi di san Pietro), avviene l'incoronazione. Circondano questa sorta di platea due gruppi di cardinali, vescovi e soldati, mentre a sinistra si vede, in primo piano, un gruppo di inservienti che sta accatastando grossi vasi argentei e aurei e un ripiano con le zampe dorate su un tavolo delle offerte, riprendendo il tema romano-imperiale dei cortei trionfali.


Giuramento di Leone III


L'affresco, interamente di mano degli allievi, ricorda il giuramento, nell'antica basilica di San Pietro il 23 dicembre 800, col quale Leone III si purificò "non forzato e da nessuno giudicato", da false accuse dei nipoti di Adriano I, il giorno prima dell'incoronazione di Carlo Magno. Come negli altri affreschi della stanza il papa ha le sembianze di Leone X.

Dall'alto risuonarono le parole, riprodotte sul cartiglio in basso, "Dei non hominum est episcopos iudicare", cioè "Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi". Si tratta di una evidente allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense III, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio. La composizione si rifà a quella della Messa di Bolsena.


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Sala di Costantino


 Il maestro però, negli ultimi frenetici anni di vita, fece in tempo solo a preparare i cartoni, morendo nel 1520. L'opera è quindi datata dal 1520 fino al 1524 quando, ormai sotto Clemente VII, Giulio Romano, evidentemente libero da impegni col papa, partì per Mantova. A Raffaello è attribuita l'ideazione del complesso decorativo, ma l'intera stesura e probabilmente anche la composizione delle scene nella parete spetta agli allievi.

Il tema iconografico principale, le storie di Costantino Magno, mira all'esaltazione della Chiesa, della sua vittoria sul paganesimo e al suo insediamento nella città di Roma. Si tratta di una celebrazione storico-politica che proseguiva le riflessioni della seconda e della terza stanza.


Visione della Croce


La Visione della croce è attribuita a Giulio Romano e, per le parti più scadenti, a Raffaellino del Colle. Il soggetto del dipinto è l'episodio che la tradizione tramanda come accaduto alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio, quando Costantino avrebbe avuto la visione premonitrice di una croce in cielo e della scritta "In hoc signo vinces".

La scena si ispira, nella composizione generale, agli episodi dell'Adlocutio presenti in numerosi rilievi dell'Antica Roma (come sulla Colonna Traiana o sull'Arco di Costantino). Mostra infatti il comandante che, da un piano rialzato, arringa l'esercito per spronarlo alla vittoria.

Ai lati si trovano San Clemente tra la Mansuetudine e la Moderazione e San Pietro tra l'Eternità e la Chiesa.



Battaglia di Costantino contro Massenzio


La Battaglia di Costantino contro Massenzio è attribuita a Giulio Romano. Il soggetto è la battaglia di Ponte Milvio, quando Costantino sconfisse Massenzio. La convulsa scena è ispirata ai rilievi sui sarcofagi romani e su altri monumenti, con l'imperatore che ad esempio è plasmato su quello del fregio traianeo nell'Arco di Costantino.

Al centro incede trionfante Costantino su un cavallo bianco, che macina i nemici sotto gli zoccoli. Gli si parano davanti le truppe avversarie, che si piegano però alla sua inarrestabile avanzata. A destra si vede il ponte Milvio, strapieno di soldati; nel fiume le barche dell'esercito di Massenzio vengono colpite e fatte rovesciare dagli arcieri, mentre altri soldati vi cadono per la spinta della zuffa; tra questi, in basso a sinistra, si trova anche Massenzio a cavallo, riconoscibile per la corona in testa, che è ormai inevitabilmente destinato alla sconfitta. In alto tre apparizioni angeliche confermano l'esito divino della battaglia.

Ai lati si trovano, da sinistra, San Silvestro I (in realtà l'iscrizione è probabilmente errata, poiché il papa è già presente sulla parete opposta, più probabilmente Alessandro I) tra la Fede e la Religione e Urbano I tra la Giustizia e la Carità.


Battesimo di Costantino


Il Battesimo di Costantino è di solito riferita al Penni, con qualche intervento di Giulio Romano, forse nell'architettura. La scena è ambientata in un edificio a pianta centrale che ricorda il Battistero Lateranense, nonché altri progetti di Raffaello di quegli anni. Il papa, che ha le sembianze di Clemente VII, si trova al centro dell'edificio tra assistenti e sta versando l'acqua sul capo dell'imperatore inginocchiato seminudo. Assistono due personaggi contemporanei ai lati, Carlo V e Francesco I di Francia.

Ai lati dell'affresco si trovano, da sinistra, San Damaso I tra la Prudenza e la Pace e San Leone Magno tra l'Innocenza e la Fortezza.



Donazione di Roma



L'esecuzione della Donazione di Roma è di solito riferita a Giulio Romano, forse con l'aiuto del Penni e di Raffaellino del Colle. La Donazione di Costantino è l'episodio leggendario secondo cui l'imperatore romano fece dono a papa Silvestro I della città di Roma e dei territori pertinenti, fondando il potere temporale del vescovo di Roma. I pontefici medicei ignorarono però la confutazione del falso storico di Lorenzo Valla, concludendo tutto il ciclo delle Stanze, celebrante il papato, proprio con questa scena.

La scena è ambientata all'interno di un edificio che ricorda l'antica basilica di San Pietro, con la lunga navata paleocristiana in prospettiva, l'abside decorata da mosaici e la tomba dell'apostolo Pietro con le colonne tortili in fondo presso l'altare. In secondo piano, dietro una serie di personaggi che hanno il compito di dirigere l'occhio dello spettatore in profondità, si svolge la scena della donazione. Il papa, seduto sulla cattedra, riceve dall'imperatore una statua dorata della Dea Roma, simbolo della sovranità sulla città. Vasari elencò vari ritratti tra i personaggi.

Ai lati si trovano i papi Gregorio Magno e Silvestro I. Lo spazio ridotto, legato alla presenza delle finestre, non consentì l'inserimento di figure allegoriche. Sopra le finestre si trovano putti che reggono anelli di diamante, emblema araldico dei Medici.




Biografia di Raffaello Sanzio

  Raffaello Sanzio Raffaello Sanzio (Urbino, 1483- Roma, 1520) è considerato, insieme ai grandi Leonardo e Michelangelo, uno dei più grandi ...